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molti pezzi facili

Molti pezzi facili

Ovvero: convivere con la consapevolezza che quello che fai, quello che dici e quello che gli altri pensano che tu abbia fatto e detto spesso (e volentieri) non coincidono. 

Ogni mattina, quando sorge il sole, una ragazza si alza, e sa che dovrà vivere la sua giornata, fatta di studio, lavoro e relazioni fino a sera. 

Ogni mattina, quando sorge il sole, un ragazzo si alza, e sa che dovrà vivere la sua giornata, fatta di studio, lavoro e relazioni fino a sera. 

Parleranno a un collega del sogno che hanno fatto, racconteranno a un amico del messaggio ricevuto dalla cotta del periodo, e parleranno a un fratello del pranzo mangiato. 

Sono frammenti di vita, che vengono quotidianamente distribuiti a chi gravita intorno a quella faticosa quotidianità. 

Come un puzzle.

Ci sono i pezzi della cornice, precisi e facili da collocare. Sono quello che facciamo e mostriamo: i social, il caffè coi colleghi, l’agenda degli appuntamenti, il vestito nuovo. Dati precisi, collocabili in un determinato momento storico, alla portata di tutti. 

Poi ci sono i pezzi centrali, variopinti, più difficili da collocare – ma soprattutto da spiegare. Sono quello che raccontiamo. È la nostra vita, filtrata dai nostri occhi. Non solo ciò che facciamo, ma ciò che proviamo, con le emozioni scatenate da ogni singolo evento: il vento tra i capelli, il nuovo fastidioso profumo del collega, il sorriso scaturito da un messaggio ricevuto dalla persona giusta, la rabbia per una scadenza non rispettata. 

Questi pezzi, e solo questi, compongono il puzzle di un quadro ben preciso – unico e diverso per ciascuno. Per qualcuno la Venere di Botticelli, per un altro il Campo di girasoli di Van Gogh.


Raccontare è regalare un pezzo di sé a una persona, affinché sappia qualcosa in più e possa aiutare a formare e inserire i pezzi ancora in divenire, facendo parte del disegno.

Ma nessuno, per quanto vicino, ha tutti i pezzi di un puzzle: qualcuno avrà solo il giallo, qualcun altro solo il rosso, qualcuno solo il blu.

O solo il rosa.

Eppure capita che qualcuno decida comunque di completare il puzzle, prendendo in prestito i pezzi da un’altra scatola, ancor più variopinta: la scatola della fantasia.

E di lì a poco, nel puzzle si mescolano ciò che fai, ciò che dici e infine quello che gli altri pensano che tu abbia fatto e detto. 

Così il campo di girasoli di Van Gogh diventa il campo di papaveri di Monet: un falso degno di nota – magari anche migliore dell’originale – a disposizione di tutti i critici d’arte in circolazione. O presunti tali.

Molti pezzi facili

Ed è quella, la versione che verrà condivisa, riprodotta, riportata. Un falso andrà in giro, mentre l’originale resterà chiuso in una camera blindata, come in quel vecchio film. 

Relazioni immaginate, peccati inconfessabili, tradimenti e giochi di potere riempiono il puzzle, sostituendosi a innocue passeggiate con amici, nuovi incontri e duro lavoro. 

È divertente quando il puzzle, così rivisto, torna al proprietario: non ci si riconosce nella propria stessa vita. Si guarda l’immagine inorriditi, in una versione contemporanea del ritratto di Dorian Gray. 

Nessuno si accorge dello scambio, anche se basterebbe notare che quei due pezzi lì, in basso a sinistra, non coincidono per nulla. Ma sforzarsi richiede un impegno, mentre prendere per buono ciò che si sente è estremamente più semplice, e a volte più gratificante. 

Come risolvere il malinteso? Si può smontare quello che altri hanno male incastrato? 

Ma soprattutto: serve giustificarsi, arrovellarsi, e capire cos’è andato storto? 

Risposte? Non ce ne sono. Al massimo c’è una morale.

Bisogna sempre tenere a mente che l’originale esiste, ed è al sicuro, con i pezzi al posto giusto. 

Non sarà un’opera d’arte da esporre agli Uffizi, niente conchiglia, e divinità che ballano, ma quei capelli lunghi ogni dettaglio sarà più autentico della Maja Desnuda in cui la Venere è stata trasfigurata. 

E tanto basta. 

Quanto al resto…siamo tutti bravi, a inventare la vita degli altri. 

In foto: i Macelli Pubblici di Pisa.

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