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Occhi e cuore di pietra

Occhi e cuore di pietra

Ovvero: lo scontro con una verità distorta è più pericoloso degli occhi di Medusa.

Ogni giorno c’è una storia nuova che gira di bocca in bocca, come l’ultima sigaretta di un pacchetto finito tra amici di vecchia data. La voce gira, finché non trova terreno fertile nelle orecchie di chi, sentendo la storia, se ne fa un’idea, e trae le sue conclusioni.

Spesso affrettate, incomplete, distorte.

Si tende a trascurare come i passaggi per questo telefono senza fili abbia corrotto la realtà, seminando per il mondo tante versioni dei fatti, incomplete, imprecise, menzognere. 

Ma è tardi: quanto ascoltato diventa parte di chi ascolta. E un cuore freddo genera un’opinione razionale, precisa – ma probabilmente parziale ed erronea – su chi ha ragione, chi ha torto e come sarebbe stato meglio si comportassero tutti.

Del resto, è così semplice giudicare. Ancor più semplice è finire preda di quanto raccontato.

E se Medusa, il bellissimo mostro della mitologia, fosse stata preda di questo meccanismo?


Si racconta di una donna bellissima, così bella da competere con le divinità, che vive una vita tranquilla. 

Ma poi qualcosa succede, e sconvolge il suo mondo. Un po’ come un divorzio, o un crollo in borsa.

O il 2020. 


Atena, dea della Sapienza, viene a conoscenza delle vicende di cui Medusa è incolpevole attrice. Ma la Sapienza viene meno, per lasciare spazio all’ira e allo sdegno, nel sentire il racconto.

Pare che Medusa, per capriccio, abbia indotto in tentazione Poseidone, dio del mare. Il dio, sedotto e poco lucido – perché anche la carne degli dei è debole – la porta in un tempio consacrato ad Atena, dove i due consumano in una notte senza stelle la loro passione. L’oltraggio giunge alle orecchie della dea con dovizia di particolari, dalle abilità amatorie del dio al disprezzo della giovane nei confronti del luogo in cui si trovano – e dell’effige divina che da esso è ospitata.

Sicura di quanto ascoltato, la Dea ignora chi sostiene l’innocenza della giovane: Medusa viveva tranquilla nella sua città sul mare. Poseidone, capitato sulle coste, per gioco rapisce e violenta la fanciulla, e per dispetto alla verginità di Atena sceglie il tempo come luogo del suo crimine. 

La storia è lacunosa, ma poco importa: la mente della dea della Sapienza e della Guerra è di pietra, come lei immagina il cuore di Medusa.

Interessante spunto, e così si compie la vendetta della dea.

Un gesto della mano, e serpenti compaiono al posto dei capelli, assieme ad ali dorate e pelle squamata: la bellissima fanciulla diventa un mostro dal volto orrendo, con il potere di trasformare con gli occhi gli uomini nella stessa pietra che Atena le aveva attribuito. . 

Sfigurata, maltrattata, e ingiustamente punita: eccola lì, Medusa. Vittima di una maledizione, quanto di una maldicenza.

Senza considerare la beffa: Medusa era anche rimasta incinta di Poseidone. 


Costretta a cominciare una nuova vita su una sperduta isola in mezzo all’oceano, incapace di andare avanti e dimenticare il passato, trascorre i suoi giorni di eterna prigionia rimpiangendo ciò che ha perso.

Solo le Gorgoni, Eurialo e Steno, sono lì ad ascoltarla, credono alla sua innocenza, e ne asciugano il pianto.

“Guarda il lato positivo” le dicono probabilmente “Non è così male avere un’isola tutta per sé, vitto, alloggio, tutti i tesori del mondo, in cambio del potere di pietrificare gli uomini con il solo sguardo”. Chissà se direbbero lo stesso, se le due, nate e cresciute in quella prigione d’acqua, avessero conosciuto un’altra vita.

Ogni sera forse le tre si ritrovano, vecchie amiche immortali, per parlare davanti al fuoco, dopo una giornata passata a uccidere malcapitate vittime, con l’ambrosia al posto del Daiquiri e una caverna al posto di un locale in centro città. Si parla, si sparla, si cerca di capire cosa è stato e cosa aspettarsi dal giorno successivo. Conoscono la risposta all’ultima domanda: niente di nuovo. I giorni si ripeteranno sempre uguali: cambierà il tempo, cambieranno le vesti, e il colore degli occhi di chi troverà la fine al loro cospetto. Ma nulla muterà fino alla morte.

E così, l’ultimo giorno di Medusa non è stato diverso dagli altri; indossa una veste di porpora, con una fibbia d’oro a forma di conchiglia; non si preoccupa di come la stoffa le cade sui fianchi, perché nessuno è lì per ammirarla, nell’isola sperduta; e perché ovviamente non ci sono specchi, nella caverna. 

La mancanza di specchi in cui rimirarsi, l’assenza di occhi da cui farsi ammirare. Quale tormento peggiore per una fanciulla famosa per la sua bellezza? Allo stesso tempo, quale conforto non poter vedere a cosa si è ridotta tutta quella bellezza? 

Maledetto il giorno in cui sono venuta al mondo. Pensa a questo, anche il suo ultimo giorno.

Ma a nessuno interessa cosa pensano i mostri in attesa dell’eroe che si appresta ad ucciderli. 

Chissà se Perseo ha notato questo spettacolo di miseria, in bella mostra sull’oscuro palcoscenico. O se dallo scudo specchiato, ora strumento di morte, utile per non guardare direttamente Medusa negli occhi, ha notato quei fianchi ancora perfetti, o la piega triste delle labbra. 

Per un attimo, grazie alla superficie riflettente, gli occhi del mostro e dell’eroe si sono incrociati: Perseo avrà letto in quegli occhi tutta la solitudine e tutto il rimpianto? O si sarà spaventato, fermandosi alle apparenze da mostro, e imprimendo ancora più forza nel colpo ferale?

No, gli eroi non si spaventano. O almeno, così dicono.

Senza pensarci due volte ha tagliato la testa, guidato dalla stessa Atena, che ha scelto la punizione e decretato la morte di Medusa. Un cuore di ghiaccio che ha deciso la sorte di quegli occhi di pietra.

Mentre il sangue sgorga, i figli di Poseidone nascono, e Medusa muore. O almeno, il cuore ridotto in cenere dal dolore, smette di battere.

Ma la sua testa, separata dal corpo, mantiene il suo potere: non c’è pace per Medusa, neanche dopo la morte. 

Forse perché una storia, una volta raccontata, non può essere messa a tacere. Ancor più, se si dà a una storia ha il potere di ferire.

Altro che un diavolo per capello. 

In foto: Scudo con testa di Medusa, di Caravaggio (1598).

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