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Memorie di una ragazza senza Instagram

Memorie di una ragazza senza Instagram

Storie di un #socialdown

4 ottobre, 17.30 ora locale. 

Una ragazza seduta alla sua scrivania in un ufficio vicino al mare ha la pessima idea di aggiornare il suo iPhone a iOS 15. Che si tratta di un’idea pessima lo scoprirà dopo. 

Al termine dell’aggiornamento, l’app rosa più amata al mondo (Instagram, non Tinder) non si ricarica. Inizia il malumore, le attività di reset dello smartphone, il riavvio della rete dati. 

Poi la scoperta: down di tutti i social del gruppo Facebook. 

Sarà il solito #whatsappdown, qualche minuto e si risolve. Maledetto Zuckerberg! 

E invece no. 

Passano i minuti, poi la prima ora.

Apparentemente si ferma il mondo. O meglio: il mondo si redistribuisce su altri canali. 

Le 3T (Twitter, Tiktok, e Telegram) diventano un agglomerato disordinato di contenuti con un unico argomento: ridateci i social e nessuno si farà del male

L’hashtag #whatsappdown va subito in tendenza, assieme ai ballottaggi elettorali. 

Poche persone al mondo – qualche commercialista pugliese, qualche professore in Toscana, e forse le nonne nei borghi marchigiani – continuano la propria vita come se nulla fosse. 

Ma gli altri? 

I mini influencer, spaventati, probabilmente hanno iniziato a fare unboxing davanti ai propri gatti (gli stessi che hanno garantito loro popolarità su Instagram). E a postare foto su Twitter. 

La Paris Fashion Week non è andata in diretta, e nessuno sa cosa indossava Chiara Ferragni ieri pomeriggio (una tailleur in pelle nera e un maglioncino beige in cashmere, per dovere di cronaca). 

I Social Media Manager hanno iniziato a giocare tra di loro su Twitter, mentre le testate giornalistiche si sono divise tra Twitter e LinkedIn, in attesa degli exit poll. 

I nostalgici hanno rispolverato gli sms, gli imbruttiti si sono dilettati su Teams e Zoom, sognando segretamente MSN.

Magari qualcuno si è persino collegato su Clubhouse

Ma non bastava il Blues del Lunedì a rovinare questa giornata di ottobre? 

E quando tutte le strategie di #personalbranding, #followforfollow e #suppliedby cadono, cosa rimane? Persone. 

Che continuano a girare, anche se la ruota dei social si ferma. 

O forse no. 

Memorie di una ragazza senza Instagram

In quanti hanno continuato ad aprire il telefono e ad aprire meccanicamente prima Instagram e poi Whatsapp senza rendersene neanche conto? Tanti, tantissimi. 

Per un fugace momento qualcuno magari ha cercato il senso che avrebbero tutte quelle foto se non ci fosse un social su cui condividerle. Ma probabilmente ha ricacciato il pensiero, scrollando la testa, per eliminare. 

In quanti hanno pensato: “Adesso lascio il telefono e mi dedico ad altro?”. In molti.

Ma solo pochi ci saranno riusciti, perché un fiume in piena di pensieri, opinioni, spiegazioni e conversazioni non si può arginare. Al massimo deviare.

E quindi, i mezzo a questo marasma, a qualcuno sarà venuto in mente – anche solo per un secondo – che si può stare senza comunicare ogni dettaglio della propria vita? 

Non per una sorta di timore reverenziale, o di pudicizia (inesistente già prima dell’era digitale). Semplicemente per dare a un’altra persona il tempo e lo spazio di cui si ha bisogno fuori dai social? 

Risposta per (quasi) tutti: no. 

È più importante parlare che pensare se all’altra persona effettivamente interessa stare ad ascoltare, o se ha dei bisogni o delle necessità. 

È meglio ripetere la stessa frase, lo stesso pensiero, all’infinito e senza sosta, come per fissarlo nell’area, come le nuvolette dei cartoni, piuttosto che fermarsi e riflettere sul significato, e sul tempo che le altre persone dedicano a stare ad ascoltare. 

Il lavoro è quella cosa che fai tra una pausa social e l’altra. Come la conversazione. Persino l’amore. Ti amo, finché non metti like a quella. 

Perché un tap acritico di visualizzazione delle storie, un like alla foto di Instagram, una reazione a un post di Facebook, non sono nulla. Sono sintomatici del tempo che vogliamo spendere su un’applicazione che contiene tutti i nostri sporchi segreti. 

Ma stare ad ascoltare veramente qualcuno è un impiego dell’unica risorsa che non torna indietro: il tempo

Se una persona apre un social network lo fa perché vuoi perdere quei dieci minuti – che non sono mai dieci. È consapevole di star perdendo il proprio tempo in un buco nero di leggerezza e apparente felicità.

Avere a che fare con una persona, o più persone, che inghiottono il tempo, e persino energie positive, non è peggio di scorrere per ore i reels di Instagram? 

Come si spegne il social e si decide di dare nuovamente valore al proprio tempo? 

Forse il problema non è il mondo, ma le cose e le persone a cui si dedica il nostro tempo nel mondo.

Dylan Dog chiedeva in un vecchio albo: “Tutti vogliono l’immortalità e poi non sanno cosa fare se la domenica pomeriggio piove”. 

Comunque, stamattina le strade erano più sgombre. E qui non pioveva. 

La gente sarà a casa a recuperare il tempo non speso sui social? 

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